In un mondo ossessionato dall’ottimizzazione, dove indicatori di performance invadono i nostri uffici, le nostre scuole, le nostre case, queste parole risuonano come un respiro salutare.
Olivier Hamant studia la robustezza della vita. Osserva che gli alberi sottoposti al vento forgiano tronchi più solidi, che le radici che incontrano ostacoli inventano nuovi percorsi, che gli organismi costretti ideano soluzioni inattese. La vita non elimina le difficoltà: le affronta, fa i conti con esse. Non cerca la massima efficienza, ma la durata.
Noi, invece, abbiamo fatto dell’ottimizzazione la nostra religione moderna. Inseguiamo la routine perfetta, l’alimentazione ideale, la relazione amorosa ottimale. Eliminiamo le frizioni, levighiamo gli spigoli, perché tutto giri liscio, senza sorprese. Come se la vita fosse solo un motore da regolare al millimetro.
Ma cosa perdiamo in questa corsa sfrenata all’efficienza?
Hamant ci invita a un rovesciamento: e se le nostre fragilità fossero le nostre vere forze? E se le nostre lentezze nascondessero saggezze? E se fossero proprio le nostre imperfezioni a renderci robusti?
Le nostre angosce possono insegnarci a navigare nell’incertezza.
I nostri fallimenti a inventare.
I nostri rallentamenti a vedere ciò che la velocità ci sottrae.
Forse quella conversazione difficile, quel progetto che resiste, quella relazione che ci scuote, non sono errori da correggere, ma strade da esplorare.
La robustezza, dice Hamant, è la capacità di continuare nonostante le perturbazioni. Non grazie alla loro assenza, ma a causa della loro presenza. È l’arte di fare con, più che di fare contro. Di adattarsi invece che dominare. Di danzare con il caos invece che imporgli il nostro ordine.
Quindi, fidatevi delle vostre imperfezioni.
E tu? In quale fragilità della tua vita hai scoperto una forza nascosta?
Rispondimi nei commenti: sono curiosa di leggere la tua esperienza.
